mercoledì 12 maggio 2010

Draquila - L'Italia che trema, 2010, Sabina Guzzanti

"Quando alle 3 e 32 minuti del 6 aprile 2009 un terremoto sveglia persino gli abitanti della casa del Grande Fratello e quando si scopre che un'intera città è stata annientata, per Silvio Berlusconi è come se ancora una volta Dio gli avesse teso una mano"

In sala c'era gente che rideva. Ridevano per non piangere, direi. Ridevano alle battute del nostro premier, che parlando con gli operai impegnati a ricostruire ciò che era rimasto dell'Aquila diceva "ma dove sono le ragazze? Siete tutti gay? La prossima volta le porto io le veline!". Che vergogna. Ridevano ascoltando le intercettazioni che sputtanavano Guido Bertolaso a un festino in un centro benessere ("fai sparire lo champagne e i preservativi"). Ridevano perché altro non si può fare. Ridevano per imbarazzo forse, scrollando la testa, come quando non c'è più niente da fare.
Sabina Guzzanti ritorna al documentario d'inchiesta, dimostrando come il disastro dell'Aquila abbia aiutato il nostro Premier e la sua combriccola di arraffoni a continuare ad arricchirsi spudoratamente, per pagare le loro barche, le loro zoccole, le loro case vista Colosseo.
Dalla superpotenza della Protezione Civile, organo che opera realmente al di sopra della legge, alla denuncia dell'equiparazione tra "grande evento" ed "emergenza", che permette appunto a Bertolaso e ai suoi di dirigere qualsiasi evento con i soldi dei contribuenti, anche le visite del Papa (nonostante la ricchezza immensa del Vaticano). Dalle interviste alle persone nelle tendopoli, costrette a vivere sotto un vero e proprio regime militare, a quelle più fortunate che hanno ricevuto un appartamento direttamente dalle mani del Salvatore Silvio, con tanto di torta e champagne (rigorosamente italiano) nel frigo. Case in cui non possono nemmeno attaccare un quadro, prefabbricati in periferia, consegnati con forte martellamento propagandistico il giorno del compleanno del Premier. Intanto le macerie nel centro storico che non vengono eliminate, la zona rossa in cui gli aquilani non possono accedere per rivedere le loro vecchie case, in alcune la luce era ancora accesa.
Tra molta gente che ringraziava il Padreterno per avergli mandato in soccorso il Premier (..."che se ci fosse stata la sinistra non avremmo avuto un bel niente", la Guzzanti di certo non risparmia critiche all'opposizione), una figura mi ha molto colpito, quella dell'anziano professore sdentato, unico abitante rimasto nel centro storico dell'Aquila, che a sue spese ha voluto ricostruire la sua casa, per non abbandonare i suoi libri e i suoi gatti.

Qualche giorno fa ha fatto scalpore la notizia che Emilio Fede in diretta dal suo tg denunciasse l'operato di Roberto Saviano, la sua lotta alla mafia, dicendo che non se ne può più di lui, di non considerarlo un eroe della patria.
Ovviamente le parole di Fede facevano eco a un discorso simile di un mese fa del nostro Premier, in cui diceva che la mafia italiana risulterebbe essere la sesta al mondo "ma è quella più conosciuta" anche per i film e le fiction che ne hanno parlato, come "le serie della Piovra...la letteratura, Gomorra e tutto il resto" perché i libri sulla mafia "non ci fanno fare una bella figura".
Draquila verrà presentato fuori concorso a Cannes, ma il ministro per i Beni e le Attività Culturali Sandro Bondi (un sommo poeta, leggetevi la lirica in onore di Rosa Bossi Berlusconi) ha rifiutato l'invito a comparire sulla Croisette, esprimendo "rincrescimento" e "sconcerto per la partecipazione di un'opera di propaganda, Draquila, che offende la verità e l'intero popolo italiano".

Pare proprio che si debba vergognare CHI DENUNCIA questi fatti di un'Italia malata, non CHI LI COMMETTE.
Peccato che questo film andrà a vederlo chi la pensa già in un determinato modo.

martedì 11 maggio 2010

Harry ti presento Sally, 1989, Rob Reiner


-Ti rendi conto, vero, che non potremo mai essere amici?
-Perché no?
-Beh, ecco... e guarda che non ci sto provando in nessunissimo modo. Uomini e donne non possono essere amici, perché il sesso ci si mette sempre di mezzo.
-No, non è vero, io ho tantissimi amici maschi e il sesso non c'entra per niente.
-Non è così.
-Si, invece.
-No, invece
-Sì, invece!
-Tu credi che sia così.
-Stai dicendo che io ci vado a letto senza accorgermene?
-No, sto dicendo che loro vogliono venire a letto con te.
-Non è vero.
-È vero.
-Non è vero!
-È vero.
-E come lo sai?
-Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.
-Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?
-No, di norma vuole farsi anche quella.
-Ma se lei non vuole venire a letto con te?
-Non importa, perché il click del sesso è già scattato, quindi l'amicizia è ormai compromessa e la storia finisce li.
-Credo che non saremo amici, allora.
-Credo di no.
-Ah, è un peccato. Eri l'unica persona che conoscevo a New York


Ieri mi interrogavo sull'amicizia tra uomo e donna.
Ha davvero ragione Harry (Billy Crystal)? Sul serio un uomo e una donna non possono essere amici? Dalla mia esperienza personale questa è una grossa scemenza. Ok che la maggior parte dei miei amici sono gay e non si sognano di venire a letto con me, ok che la regola dell'amico non sbaglia mai, come diceva il caro vecchio Max Pezzali, ma se volevo qualche conferma sulla mia teoria, questo film non ha fatto altro che accertare che mi sbaglio.
Pure Harry e Sally non riescono a essere amici: per tutto il film ci provano, hanno relazioni con altre persone, ma finiscono per avvicinarsi sempre di più.
Non c'è niente di lontanamente vicino all'amicizia nella loro storia, si sa già dal principio che tutta la faccenda dell'amicizia è in realtà un preambolo alla loro storia d'amore. Non per altro stiamo parlando di una commedia romantica americana...
Nonostante ciò, nonostante la mia avversione pluriennale nei confronti di Meg Ryan (non le ho perdonato la pessima interpretazione di Pamela Morrison nel film The Doors di Oliver Stone), mi sono passata 93 minuti davvero carini, gli scambi di battute tra Harry e Sally, lui così cinico e lei così frizzante, hanno un che di alleniano, senza dimenticare la celeberrima scena di Sally che finge un orgasmo in una tavola calda, scena che tutti i maschietti convinti di se stessi dovrebbero vedere.


venerdì 23 aprile 2010

Swept Away, 2002, Guy Ritchie


Se Lina Wertmuller fosse morta si rigirerebbe nella tomba.
Che scempio, che disastro!
Questo è in assoluto il remake più brutto che io abbia mai visto in vita mia. Non mi stupisco minimamente che si sia aggiudicato tutti i Razzie Awards possibili (peggior regia, peggior attrice protagonista, peggior coppia, peggior remake e, addirittura, peggior film drammatico degli ultimi 25 anni!!).
Mi chiedo come la signora Lina abbia potuto accettare che uno dei suoi capolavori venisse totalmente smembrato e privato del suo contenuto originale (i soldi al giorno d'oggi smuovono anche le anime più candide...).
Per chi non l'avesse mai visto, l'originale Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto del 1974, è una storia d'amore che sboccia su un'isola deserta tra l'arrogante, viziata e ricchissima Raffaella Pavone Lanzetti (un'eccezionale Mariangela Melato, indescrivibile, perfetta in un ruolo che è passato alla storia) e il marinaio Gennarino Carunchio (Giancarlo Giannini, da rimanere senza parole, letteralmente superlativo persino nelle declamazioni di insulti quantomai "caratteristici"), due personaggi così lontani tra di loro, con background, stili di vita e correnti di pensiero completamente diversi, lei rappresentante del capitalismo meneghino, lui invece fervente comunista.
Nel rifacimento, i ruoli di Raffaella e Gennarino sono di Madonna e del figlio di Giannini, Adriano, bello quanto il padre ma non in grado di sostenere un'eredità così importante, per quanto riguarda la Signora Ciccone che dire: ringrazi che la Melato non le ha fatto causa.
Swept Away perde completamente tutta la magia dell'originale, i riferimenti politici che formavano la struttura diegetica di Travolti da un insolito destino qui sono completamente assenti, così come i riferimenti alla lotta di classe o alle differenze tra Nord e Sud Italia, di cui non c'è traccia nel remake, che finisce per diventare una storia d'amore tra due persone catapultate su un'isoletta deserta.
Ve lo sconsiglio fortissimamente, io l'ho beccato su Rete 4 ma se avessi cambiato subito canale mi sarei fatta meno il nervoso.

Questo è il trailer di Swept Away...

Qui invece alcune scene di Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto

mercoledì 7 aprile 2010

Il Grande Gatsby, 1974, Jack Clayton


Partiamo dal presupposto che per me Robert Redford è Hubbel. Ho sognato troppo guardando
Come eravamo, ho sperato che da belloccio conservatore, stereotipo del sogno americano, lasciasse perdere tutte queste fregnacce e si trasformasse nell'amore perfetto di Kathy, la mia amata Barbra Streisand, riccia non belloccia, ma tanto combattiva e impegnata politicamente.
Ma Come eravamo non poteva finire con un happy ending, per questo per me Robert Redford doveva ancora recuperare qualcosa, riscattarsi ai miei occhi. E con il personaggio di Gatsby c'è riuscito: è splendido nell'incarnare l'elegante miliardario, il Grande Gatsby, personaggio così misterioso, ma impeccabile, interprete del profondo velleitarismo fitzgeraldiano.
Ma andiamo con ordine.
Siamo nei meravigliosi roaring twenties, l'età del jazz, ostentazione di lussi e sfarzi, il mito americano prima del crack del '29.
I titoli di testa ci fanno immediatamente assaporare quel mondo: siamo nel New Jersey, è l'estate del '22, le ville con piscina si riempiono ogni sera di sfavillanti parties, di giorno invece i campi del polo si popolano di giocatori dagli eleganti tailleurs di lino beige, signore e presenzialiste con grandi cappelli floreali, ma anche di minuscoli cani con collarini di brillanti.
Il narratore di questa storia è Nick, impiegato di borsa appena trasferitosi dall'ovest. Nick ha appena preso casa accanto al villone di Gatsby e di fronte, dall'altra parte del lago, si trova la villa della cugina Daisy (Mia Farrow. Non la amo particolarmente, poi qui ha una vocina alla Sandra Milo proprio irritante), che anni prima aveva avuto una breve ma alquanto intensa storia d'amore con Gatsby. Lui è diventato ricco per lei, organizza di continuo feste sfarzose solo per poterla incontrare, ancora ossessionato dai sentimenti di quel mese passato insieme otto anni prima, ancora non è riuscito a dimenticarla nonostante la decisione di lei di sposare un altro ("le ragazze ricche non sposano i giovani poveri", così Daisy si giustifica a Gatsby).
Ma col suo charme e i suoi maglioncini intrecciati sul petto, il nostro eroe neanche a dirlo riuscirà a riconquistarla, ma il loro sogno durerà poco. (ODDIO quanto sono sentimentale a volte). Finale amaro, ma d'altronde non poteva essere diversamente, e un omaggio a Viale del tramonto.
Consiglio la visione di questo film per pomeriggi nuvolosi di sentimentalismi esagerati.
Oscar ai migliori costumi, è un delirio di frange, paillettes e piume.

domenica 21 marzo 2010

Mine vaganti, 2010, Ferzan Ozpetek

"Guarda che se ti chiamano il principe del foro non è perché sei bravo in tribunale!"

Questa battuta mi ha fatto ridere, ma per il resto questo film ha confermato le mie aspettative sull'ennesima opera di Ozpetek, caratterizzata dalle solite tematiche: luoghi comuni sui gay, il peso delle convenzioni, i problemi di incomunicabilità con la famiglia, tutto coadiuvato da canzonette messe li a caso (per favore non mischiamo Nina Zilli con Barbra Streisand...).
Tommaso (finalmente vedo Scamarcio limonare con un uomo e non fare il ragazzetto beccio che fa impazzire le ragazzine) vive ormai da anni a Roma e si vive tranquillo la sua omosessualità, lontano dalla famiglia bigotta opprimente.
Ma deve fare ritorno a Lecce, città del sud dove essere ricchioni è una vergogna che distrugge tutta la famiglia: intenzionato a rivelare ai suoi genitori che non intende occuparsi dell'azienda di famiglia per dedicarsi alla scrittura e soprattutto rivelargli la sua omosessualità, Tommaso dovrà fare i conti con la rivelazioni scottanti e alquanto inimmaginabili del fratello maggiore Antonio (Alessandro Preziosi).
Troppe frociate, alcune carine (il balletto al mare con le celeberrime Baccara), altre davvero ripetitive e già viste, stereotipate e fastidiose.

mercoledì 17 marzo 2010

Kramer contro Kramer, 1979, Robert Benton


Era da veramente tanto tempo che non mi capitava di accendere la tv e spegnerla dopo un rapidissimo zapping (e provando profondo disgusto).
Oggi è andata diversamente: su Rete 4 infatti è appena finito un film che ogni volta riesce a commuovermi (sono troppo sentimentale): Kramer contro Kramer, con una giovanissima e bellissima Meryl Streep (la adoro, nello stesso anno aveva recitato in Manhattan di Woody Allen) e con il mio amato Dustin Hoffman (ho voglia di rivedere Il Laureato...), nei panni di una coppia in crisi che deve affrontare la separazione e la lotta per la custodia del figlio.
Beh, ho pianto di nuovo, pur essendo almeno la decima volta che vedo questo film.
Il divorzio di Joanna e Ted e le ripercussioni che ha questa situazione sul piccolo Billy mi intristiscono e mi rendono partecipe della storia ogni volta (io parlo spesso con gli attori sullo schermo. So che non mi ascoltano però).
L'impegno di Ted a conciliare la sua vita da papà single e il doppio lavoro, la battaglia legale per l'affidamento, i pianti del piccolo alla notizia che dovrà vivere con la madre, andata via di casa per frustrazione, insomma, strappalacrime quanto basta, ma dolcissimo nei sorrisi di Billy e nell'infinito affetto che il suo papà prova per lui.
Consigliato per pomeriggi freddi con accanto una tazza di Cheerios.

domenica 7 marzo 2010

Pi Greco-Il teorema del delirio, 1998, Darren Aronovsky

"9:22. Nota personale: quando ero piccolo mia madre mi diceva di non guardare fisso il sole, ma una volta, a sei anni, lo feci. Da principio quella luce accecante era insopportabile, ma io non distolsi gli occhi neanche per un momento. A poco a poco la luce iniziò a dissolversi, le mie pupille si ridussero a capocchie di spillo, e riuscì a mettere tutto a fuoco. Per un momento vidi e capii."


Cari amici e lettori del mio blog, perdonate il periodo di assenza, ma ogni tanto anche la Bibi ha cose importanti da fare come ad esempio preparare l'esamone di Storia del Giornalismo (e prendere 30...sciocchezzuole).
Così,dopo una settimana e più senza film, stasera io e Marci ne abbiamo visto uno che definirei, per così dire, leggerino (è ironico, ovviamente, visto che sto male ancora adesso).
Il film in questione si chiama Pi Greco-Il teorema del delirio ed è di Darren Aronovsky, regista che tutti voi conoscerete per il celeberrimo Requiem for a dream (uno di quei film che non riguarderò mai e poi mai più, solo a pensarci mi vengono i brividi) e per The Wrestler (film che ha allontanato definitivamente Mickey Rourke dai miei sogni alla 9 settimane e 1/2).
Ecco, Pi Greco è ansia e follia pura, alimentata dalle inquadrature veloci, scattanti della camera a spalla, dal montaggio rapido e vorticoso che tutti ci ricordiamo anche in Requiem, accompagnato da una colonna sonora che oserei definire quasi ambient-techno (Aphex Twin e i Massive Attack, per citare solo i più conosciuti, ma anche Clint Mansell, che due anni dopo comporrà Lux Aeterna, quella famigerata na na na na na na na na che tutti noi ci divertiamo a canticchiare in momenti di ansia).
Per non parlare della scelta difficile ma non troppo azzardata del bianco e nero, che sottolinea l'alienazione del protagonista, un matematico troppo fragile psichicamente per poter pensare di comprendere il disegno supremo della matematica, il suo avvicinamento e simbiosi con dio e il vortice come risposta di tutto, la spirale universale.
Sono rimasta molto, davvero molto male cinque minuti prima della fine del film, non vorrei che si fosse trattato proprio di una lobotomia domestica. Credo che me lo sognerò stanotte.

mercoledì 24 febbraio 2010

Che fine hanno fatto i Morgan?, 2009, Marc Lawrence



Amici miei, non ve ne abbiate. Ho praticamente dovuto guardare questo film, io venero Sarah Jessica dal '97, non potevo perdermela. Non sto qui a scrivere quanto questo film sia una cagata, tanto lo immaginerete voi stessi, ma è necessario che spieghi alcune cose: non si tratta dell'ennesima commedia americana, peggio. Qui si parla di una mezcla di qualche episodio di Sex and the City, senza però la magia che li contraddistingueva: mancano le ragazze, tanto per cominciare e Hugh Grant, al di fuori dei confini inglesi, perde tutto il suo charme così caratteristicamente british, sembra che sia capitato sul set completamente a caso.
La strana coppia (non riesco proprio a vedere Carrie che non fa Carrie, insomma, esiste una Sarah Jessica Parker anche prima del telefilm, lo so, l'ho amata anche in Ed Wood e in Mars Attacks!) assiste involontariamente a un omicidio e, nonostante siano separati di fatto per via di un tradimento di lui (e questa volta niente prostitute nere a bordo strada, niente casini con Liz Hurley per il caro vecchio Hugh), si ritrorvano nel Wyoming, per il programma di protezione testimoni. Entrambi sono newyorkesi veraci, la lontananza da casa subito li fa andare fuori di testa, ma ovviamente poi li avvicinerà (più scontato di così...).
Ho detto fin troppo dietro a questa commediola.
Un buuuu generale per la mia amata Sarah Jessica, prima di tutto per il suo sempre più accentuato piede in faccia, poi perché non ha brillato, forse fuori dalla cornice della Grande Mela anche lei perde tutto il suo fascino.
Una curiosità sul regista: negli anni '90 ha diretto alcuni episodi della serie Sweet Valley High (alzi la mano chi se la ricorda)...

sabato 13 febbraio 2010

Up, 2009, Pete Docter, Bob Peterson


Stento a crederci persino io: ho guardato un cartone animato e mi è piaciuto!
Non solo, ho anche pianto, e riso, e mi sono emozionata...insomma, io che guardo con interesse e apprezzo un film d'animazione?
Tutti sanno che odio i cartoni animati, a 9 anni guardavo già Beverly Hills e Merlose Place, da parecchio avevo abbandonato i cartoni, non ne conosco neanche uno, nemmeno quelli più famosi della Disney, perché davvero non li ho mai visti...
(Domani guarderò La spada nella roccia, prometto).
Questo invece mi ha lasciata a bocca aperta: non solo perché l'ho trovato davvero fantastico per quanto riguarda i disegni e le animazioni (di cui m'intendo proprio poco, dovrebbero intervenire i miei amici grafici, sicuramente più esperti di me in materia), ma per la favolosa avventura che fa da sfondo a una storia d'amore senza età e senza tempo.
Carl Friedricksen (doppiato da Giancarlo Giannini, il mio amato) è un vecchietto mugugnoso che abita in una casetta dal fascino antico in un quartiere in fase di ristrutturazione. In quella vecchia casetta ci ha sempre abitato con l'adorata moglie Ellie, morta da poco, e li custodisce tutti i suoi ricordi, tra cui un Libro di Avventure.
Quest'album era stato iniziato dall'amata moglie, ma molte pagine erano rimaste vuote, in attesa di essere riempite di storie fantastiche che i due avrebbero voluto vivere insieme.
Il sogno di entrambi, sin da bambini, era infatti raggiungere le Cascate Paradiso in Sud America, un posto fantasticamente idilliaco che però non avevano mai potuto visitare.
Ma per il signor Friedricksen non è troppo tardi: per sfuggire al ricovero in una casa di riposo, decide di scappare, portando con se tutte le sue cose. Si sa, ad una certa età risulta difficile abbandonare le proprie abitudini, i propri oggetti, accumulati da una vita, e così decide di portare con se la sua casetta, legandola a una miriade di palloncini colorati.
Inizia così la magica avventura del signor Friedricksen, accompagnato da uno scout dolcissimo ma un po' impertinente, Russel, e da altri personaggi che incontrerà in Sud America, a cominciare da un "pennuto in technicolor", Kevin, e un fantastico cane di nome Doug (doppiato da Neri Marcorè), dotato di un collare telepatico che gli permette di parlare.
Ho amato Doug, è in assoluto il personaggio che mi è piaciuto di più ("Punta!", "Scoiattolo!").
Tra cani parlanti, esploratori cattivissimi, tempeste, giungle e chi più ne ha più ne metta, ho passato un'ora e mezza davvero piacevole...
Per essere uno dei primi cartoni della mia vita, direi che sono stata fortunata!

martedì 9 febbraio 2010

Stranger than fiction, 2006, Mark Forster


Corredato da una colonna sonora che, anche se magari non monumentale nei singoli autori,
riesce ad essere una perfetta compilazione di pezzi davvero belli, "Stranger than fiction" è una pellicola sovrana nel suo regno,imprescindibile gemma dall'alto valore qualitativo sia narrativo, sia tecnico.
Siamo a NYC, e la vita di Harold Crick (Will Ferrell), che sembra scorrere lungo i bordi di binari omologati e di una routine maniacalmente
selfmade, va in corto circuito: un mercoledi mattina, durante i suoi 76 colpi di spazzolino (contati meticolosamente, trentotto dall'alto al basso, trentotto in senso orizzontale), tutto va in tilt, inizia a sentire una voce femminile che narra l'esatto istante della sua vita in una sorta di radiocronaca: una voce narratrice fuoricampo che ne anticipa le intenzioni.
Harold inizia così a non riuscire più dove prima era impeccabile, al lavoro dove la sua notorietà e bravura di fiscalista era stimata dai colleghi, diventa impreciso e confuso, la trama della sua vita in tempo reale lo rende alienato, lo distoglie dal filo continuo che gli aveva permesso di raggiungere uno status quo che lui credeva essere un punto di arrivo.
Dopo i tentativi psichiatrici, proprio sotto consiglio di una dottoressa, entra in contatto con un professore di letteratura, interpretato da un Dustin Hoffman ironico al punto giusto,
che inizia a sondare, tramite vari questionari, quale possa essere l'autore della trama della vita di Harold.
In un'apoteosi di comicità nevrotica e surreale, Harold inizia a capire che non vi è psicosi dentro lui, ma qualcosa di più complesso.
Nel frattempo, Emma Thompson interpreta la parte di una famosa ed apprezzata scrittrice nel pieno di un blocco creativo: la sua vita, e quella di Harold Crick sono molto vicine.
Sono queste le due storie che parallelamente portano avanti la struttura del film fino a che non s'intersecano. Menzione per una splendida e sognante Maggie Gyllenhaall nel ruolo di fornaia.
Mi piace citare, al di la della commedia in sè molto ben riuscita, la godibilità dei contenuti che sono alla base della storia, ovvero, anche se sintetizzati a tratti all'osso e resi fruibili a tutti,
i significati che possono stare davanti alla parola vita, alla parola felicità, con una giusta dose di romanticismo comunque mai scontato che rende l'atmosfera davvero piacevole.



*recensione scritta da Davide

An Education, 2009, Lone Sherfig


Periferia di Londra, 1961.
Quando i Beatles cominciano a raggiungere il successo e le ragazze iniziano a portare la minigonna, la sedicenne Jenny (Carey Mulligan) ha a cuore pochi desideri: frequentare la facoltà di lettere a Oxford e, un giorno, raggiungere la tanto sognata Parigi, fumare Gauloises sul lungo Senna e vivere da bohemien, ma per il momento deve accontentarsi di ascoltare le canzoni di Juliette Grèco nella sua cameretta.
Jenny è la prima della classe, è una virtuosa del violoncello e la sua sola preoccupazione è riuscire a prendere buoni voti in latino, unica materia in cui fatica un po'.
In un giorno di pioggia fa la conoscenza di David (Peter Sarsgaard), un affascinante trentenne che le offre un passaggio in macchina: Jenny rimane subito molto affascinata e molto coinvolta da David, che inizia a portarla in ristoranti da sogno, posti magnifici che lei fino a quel momento aveva potuto solo sognare. I genitori di lei (il padre è Alfred Molina, che qualche settimana fa ho visto in Frida, faceva la parte di Diego Rivera, e la madre è Cara Seymour, me la ricordo in American Psycho e nel tristissimo Dancer in the dark) rimangono affascinati dai modi gentili e persuasivi di David, dal fatto che sia ricco e che tratti la loro bambina come una principessa.
Ma Jenny si chiede se e quanto valga la pena accantonare gli studi per vivere davvero la vita che ha sempre sognato, arriva a scontrarsi con la sua professoressa e la direttrice della scuola (interpretata da Emma Thompson-sennò che film inglese sarebbe?), che rappresentano il volto più conservatore dell'educazione. Ma lei non può non andarci a bagno con David, playboy dandy che la porta a Parigi e che la trasforma in una simil Audrey Hepburn, che le fa vivere una vita da sogno. Perché continuare a studiare se studiare è duro e noioso?
Lo scrittore Nick Hornby, alla sua prima sceneggiatura non tratta da un suo libro, si basa sulle memorie di una giornalista, tralasciando i temi a lui cari presenti nei suoi libri, come lo sport, la cultura musicale, per far luce sull'educazione sentimentale e sessuale di una ragazza, del passaggio dall'adolescenza alla consapevolezza di essere donna.
Devo ammettere che mi aspettavo qualcosina di più da questo film, ma mi è piaciuto, soprattutto Carey Mulligan che ha la mia età e spacca...si porta sulle spalle tutto il film, è davvero brava. Lui, Peter Sarsgaard, è la copia bruttina di Ewan McGregor, potevano scegliere uno un po' più belloccio e affascinante per questa parte, secondo il mio modesto parere...
Comunque sia, anche questo film si porterà a casa qualche Oscar, spero proprio che si aggiudichi la statuetta per la miglior attrice protagonista.


lunedì 8 febbraio 2010

Tra le nuovole, 2009, Jason Reitman


Grazie Ila, grazie davvero tesoro per avermi consigliato la visione di questo film. E per avermi ricordato che il regista è lo stesso di Juno, ma non solo, anche di Thank you for smoking, che avevo adorato ai tempi.
Negli States attanagliati dalla crisi economica, in cui i licenziamenti sono ormai sempre più numerosi e sempre più necessari, Ryan Bingham (Clooney, devo ammettere che è davvero bravo e anche un gran manzo, ma mi è sceso da quando si fa la Canalis...lo preferivo quando si fidanzava con le cameriere) è un "tagliatore di teste", un "job killer": vola per 322 giorni l'anno, da una parte all'altra del paese, a licenziare le persone, quello sporco lavoro che le aziende si vergognano a fare. Si siede ogni volta ad una scrivania diversa, che sia a Milwaukee, Tampa o Kansas City e con modi gentili ma sbrigativi, con una professionalità al limite della freddezza, stronca le carriere delle persone, senza lasciarsi commuovere di fronte ai pianti, o alle minacce di suicidio o alle confessioni disperate di chi non riuscirà più a mandare avanti una famiglia. Ryan invece una famiglia non ce l'ha, non ha nemmeno una casa: vive negli alberghi e negli aeroporti, si sente a casa tra le macchinette automatiche degli snack e vive collezionando mille tessere che gli assicurano di non fare code ai check-in, o l'entrata in esclusivi vip club di orrendi executive hotel, fino ad agognare la fidelity card dell'American Airlines con un milione di miglia (per non farsene niente...solo per il gusto di accumulare).
Ha un piccolo trolley in cui tiene le sue poche cose piegate minuziosamente, non ha bisogno di portare con se tanta roba, per lui gli oggetti sono un peso di cui bisogna liberarsi (tanto che tiene conferenze in giro per gli States su come organizzare il proprio bagaglio).
Ryan, da buon habituè degli aeroporti, sa com'è meglio muoversi per non perdere tempo: un trolley rapido e leggero, mai andare in coda dietro bambini (fanno troppo casino) o anziani (si muovono lentamente e hanno ferri e chiodi nel corpo), ma sempre dietro gli asiatici, che sono rapidi e portano mocassini (quest'uomo vive di stereotipi!).
Ryan sa bene che la vita del piccione viaggiatore non gli permette di creare legami stabili, ne coi suoi familiari ne con un'ipotetica compagna: durante le sue conferenze spiega sempre come i legami affettivi siano un peso di cui bisogna liberarsi, per lui zero responsabilità, zero complicazioni, solo passpartout per le migliori camere d'albergo in caso incontrasse qualche distrazione...(quanto gli piace a George fare l'eterno single beccione...gli calza proprio a pennello).
Ed è proprio durante uno dei suoi numerosissimi voli che conosce Alex (Vera Farmiga), una donna identica a lui: sempre in viaggio, affascinante quanto misteriosa, sensuale e cinica al punto giusto. I loro incontri sono sempre delle parentesi tra un viaggio e un altro, almeno fino a quando lui non capisce di provare realmente qualcosa...
Ma la sua fantastica vita di piccione viaggiatore sta per essere minacciata dall'arrivo di una neolaureata nell'azienda per cui lavora, Natalie (Anna Kendrick, ho letto che ha fatto anche Twilight ma fortunatamente non l'ho mai visto), che propone di ottimizzare il lavoro: eliminando i costi di aerei, alberghi e viaggi infatti sarebbe molto meno dispendioso licenziare le persone direttamente dalla sede in videoconferenza.
Nonostante la severità e l'impegno a essere dura per poter fare questo lavoro, Natalie soffre a licenziare le persone e mostra un barlume di umanità e di tenerezza che solo raramente colpisce il nostro George.
Ci sono delle cose parecchio piacevoli di questo film che vorrei segnalare: innanzitutto ogni viaggio di Ryan è scandito da inquadrature dall'aereo della città in cui sta atterrando, quelle immagini così geometriche delle città viste dall'alto, ed è un modo davvero carino per far capire allo spettatore i vari spostamenti del protagonista; poi, in aeroporto, tutti i luoghi comuni sulle varie nazionalità ("...gli arabi, casualmente selezionati per un'ulteriore controllo..."); la foto-cartonato di sua sorella e il futuro marito che Ryan si porta dietro durante i suoi viaggi, una trashata ma davvero un'idea naif ai limiti del pacchiano che mi è sembrata davvero spiritosa.
Una commedia dolceamara sui rapporti reali e virtuali, terrestri e aerei, in cui si evince che i sentimenti la fanno sempre da padrona, anche in un periodo in cui la tecnologia pareva aver soppiantato le emozioni. Fortunatamente Jason Reitman non ci regala l'happy ending, ma è un film che ti lascia davvero felice di averlo visto.
Chissà quanti Oscar si porterà a casa...

giovedì 4 febbraio 2010

Tootsie, 1982, Sydney Pollack


Ah, delizioso. Mi ricordavo di averlo già visto da piccola con mio padre, grande amante di Dustin Hoffman, ma mi ero dimenticata completamente del meraviglioso mondo delle soap opera che fa da sfondo a tutto il film.
Tootsie infatti è un'attrice di sceneggiati televisivi, quegli orrendi polpettoni americani girati negli ospedali con attori pessimi e trame peggio ancora.
Ma a dare una svolta a Southwest General (parodia non troppo velata di General Hospital) ci pensa Dorothy Michaels, un' attrice alquanto bizzarra, che in realtà è un attore, il cui vero nome è Michael Dorsey (appunto Dustin Hoffman). Trovandosi senza un lavoro e senza soldi, accetta di mettere in un cassetto la sua professionalità di attore e di travestirsi da donna per lavorare in un pessimo prodotto della tv spazzatura.
Il travestimento è a dir poco fantastico (non come Misses Doubtfire...maledetto Patch Adams) e il ruolo nella soap gli si addice a pannello, ma Michael, se pensava fosse un'esperienza solo temporanea, non aveva fatto i conti con il pubblico, che comincia ad amare il personaggio di Dorothy al punto che gli viene rinnovato il contratto per un anno. Sul set fa amicizia con Julie (Jessica Lange, oddio, è bellissima) e inutile dirvi che si innamorerà di lei...
In fondo è una commedia romantica, ma anche un'accusa non troppo velata alla televisione e alla sua scarsa professionalità, che Michael/Dorothy cercherà di smascherare dall'interno, adottando lo stratagemma più usato nella storia, quello del travestimento e del gioco degli equivoci.
Non vi sto a dire nemmeno quanti premi ha vinto, non dico che alcune gag non siano scontate, ma a me è piaciuto, l'ho trovato proprio carino, ma io venero Dustin Hoffman dai tempi de Il Laureato...

giovedì 28 gennaio 2010

Il Riccio, 2009, Mona Achache


"Un film che ti lascia la voglia di leggere il libro ma non la voglia di rivedere il film".
Così Massi ieri sera alla Lepre mi raccontava le sue impressioni su Il riccio, il film che ho deciso di vedere stasera. Innanzitutto, ammetto, non ho letto il libro, il romanzo L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, caso letterario del 2006, best seller, 50 ristampe e oltre 600 mila copie vendute.
Ma sono curiosissima di leggerlo: il film è davvero commovente, le vite dei protagonisti così intricate e mi è piaciuto il senso di tenerezza che ho provato per loro.
Ma andiamo con ordine.
Reneè (Josiane Balasko) di mestiere fa la portinaia e ne incarna perfettamente lo stereotipo: è grassa, sciatta e scorbutica, ma i condomini del palazzo di lusso a Rue Grenelle a Parigi per cui lavora ignorano completamente che la loro portiera ha un'anima colta e raffinata, ama il cinema, si interessa di filosofia, di cultura giapponese e ama i grandi classici della letteratura come Tolstoj e Kafka.
Nell'elegante stabile, abitato da famiglie facoltose, vive una ragazzina le cui vicende si intrecceranno con quelle di Reneè, la dodicenne Paloma (Garance La Guillermic): perennemente con la videocamera al seguito, Paloma filma il mondo che la circonda, per lo più le vicende degli adulti che le stanno intorno, decisa a non diventare come loro, ovvero come dei pesci in una boccia, al punto che organizza in ogni dettaglio il suo suicidio, che dovrà essere il giorno del suo compleanno. Le paranoie di questa ragazzina mi hanno inquietata profondamente: è troppo sensibile, troppo profonda per sopportare di vivere nella mediocrità come tutti quelli che conosce.
A sconvolgere le consuetudini di Reneé e Paloma sarà l'arrivo di un nuovo inquilino nel palazzo: il giapponese Kakuro, un signore tanto misterioso quanto affascinante.
Kakuro si avvicina a Paloma e a Reneè perchè interessato, incuriosito da questi personaggi così complessi. Riuscirà a "sbloccare" la portinaia, a farla uscire dalla sua scorza così ruvida e a donarle una nuova luce. Paloma invece capirà, grazie all'aiuto del nuovo vicino, qualcosa in più sulla vita e sull'importanza della stessa.
Pare che l'autrice del romanzo non sia stata contenta della riuscita del film, devo leggerlo assolutamente!

Avatar, 2009, James Cameron


“.. l'evento cinematografico dell'anno” , ..“un film da non perdere” , ..“la rivoluzione del cinema” … Sono solo alcune delle frasi che dall'uscita di questo 'capolavoro' , il 15 gennaio di questo nuovo anno, si sentono ripetere dalla tv, dai giornali e da chi l'ha gia visto.

Il film è ambientato in un futuro non troppo lontano da noi su un pianeta gigante, Pandora, con foreste pluviali e alberi che arrivano a 300 metri, il tutto su montagne che sembrano sospese nel vuoto, il che mi ha ricordato un film di Myazaki che ho visto da poco, Laputa e il castello nel cielo, che consiglio vivamente. E' abitato da diversi tipi di creature e tra queste c'è il popolo evoluto dei Na'Vi, alti tre metri e ricoperti di una pelle blu striata come le tigri. Il pianeta è ricco di minerali ma quello che tra tutti ha portato su Pandora l'RDA, una compagnia interplanetaria terrestre, è l'Unobtainium. Sarà proprio l'ambizione di ricavare profitto dal minerale che porterà Parker Selfrige (uno spietato Giovanni Ribisi) a fare battaglia al popolo Na'Vi che sfortunatamente vivono sulla zona piu ricca di Unobtainium del pianeta. Il protagonista è Jake Sully (Sam Worthington), ex marine divenuto invalido che continuerà il progetto del fratello gemello, scienziato dell'RDA, morto ammazzato. In pratica il marine deve integrarsi nel popolo Na'Vi attaverso l'uso di un AVATAR, un ibrido tra uomo e Na'Vi che è controllato dagli umani attraverso un'interfaccia mentale. Il tentativo di trovare una soluzione diplomatica tra le due parti fallirà e il film è poi un susseguirsi di amore, odio, rabbia, dolore, fratellanza, amicizia, ecc.... attraverso personaggi come Dr. Grace Augustine (Sigurney Weaver, quella di Alien), Neytiri (Zoe Saldana) figlia del capo tribu Na'Vi, Trudy (Michelle Rodriguez, ha sempre parti di donne cazzute, qui è il pilota di aeri missilistici) e il colonnello Miles Quaritch (Stephen Lang), che vede nella guerra l'unica soluzione diplomatica.

A parte la durata del film (ben 2 ore e 40 minuti con addosso gli occhiali 3D, che non sono ne pratici ne comodi), la tipologia di film che classifico come roboante e rumorosissimo e non tra i miei preferiti, la storia un pò melensa, e la terribile manifestazione di massa per vedere questo film, la mia prima esperienza in 3D non è andata cosi male, diciamo che non mi è dispiaciuta e che rifarei anche perche sono stata piu emozionata di vedere il trailer di “Alice nel paese delle meraviglie” anche lui in 3D,che sarà nelle sale a marzo 2010 e che aspetto con trepidazione.


*recensione di Chiaretta


mercoledì 27 gennaio 2010

Nine, 2009, Rob Marshall


Inizio subito dicendo che è il film più brutto che ho visto negli ultimi tempi. Non mi dilungo nemmeno a fare il paragone con Otto e mezzo, il capolavoro di Fellini a cui è ispirato questo musical. Forse non sarei neanche dovuta andarlo a vedere (Marci aveva ragione), sono partita già prevenuta, ma dello stesso regista avevo visto Chicago e Memorie di una geisha, non ero impazzita ma non mi avevano nemmeno fatto schifo... Il fatto è che si tratta proprio di un'americanata: tralascia completamente alcune parti salienti dell'originale, è anche vero che non si tratta di un remake, ma utilizza alcuni punti chiave del film per farli diventare una storiella intervallata da canti e balli. Il cast è senza dubbio stellare: Daniel Day-Lewis nella parte che fu di Mastroianni è un gran fico ed è l'unico che salvo. E' bravissimo, non c'è che dire, ma non è neanche lontanamente paragonabile all'interpretazione di Mastroianni. Neanche un po'.
Comunque sia, siamo negli studi di Cinecittà nel 1965. Guido Contini (e non Guido Anselmi come in Otto e mezzo, perchè?) è un regista in crisi creativa, il suo produttore e il suo staff (la parte del produttore è stata affidata a Ricky Tognazzi, nel film ci sono parecchi attori italiani, Mastrandrea, Elio Germano - per la felicità di mia cugina- e anche Martina Stella - ho detto tutto) gli stanno addosso per farlo lavorare con impegno al nuovo film, ma lui ha troppi casini per la testa. Il suo più grande problema è il rapporto con le donne della sua vita: la moglie (Marion Cotillard, bellissima e fredda ma non ha le camicie con lo scollo alla coreana - in pochi capiranno), l'amante (Penelope Cruz nel ruolo che fu della Milo.....ah, ho sofferto parecchio), la sua musa (la Kidman, nell'originale era la Cardinale, completamente opposte l'una all'altra) e la madre, che gli appare nelle vesti di un fantasma dei suoi ricordi (interpretata dalla Loren. Ti prego Sofia, mai più. Mai più una cosa del genere. C'era chi sghignazzava al cinema "La Loren è di legno!"). Un disastro, ma soprattutto, che fine ha fatto l'amica Rossella, grillo parlante e consigliera di Guido? Mi volete forse dire che nel musical è la costumista (Judy Dench con un'improbabile frangetta)? E perchè? Secondo punto sconvolgente, chi guarderà Nine si chiederà: ma Kate Hudson, per quanto strafiga e stilosissima, COSA C'ENTRA?? Mi ricorderei benissimo se in Otto e mezzo ci fosse stata una giornalista di Vogue che ci provava col protagonista. Assurdo! Per non parlare del suo stacchetto, in cui sfodera tutti i luoghi comuni possibili sugli italiani e il nostro cinema, imbarazzante. Lo allego perché fa ridere:

Non è male neanche Fergie dei Black Eyed Peas nel ruolo della Saraghina, molto molto somigliante.
Sta di fatto che ho buttato via 4 euri e nella sala 1 del Cineplex c'era anche il riscaldamento rotto.

venerdì 22 gennaio 2010

Correndo con le forbici in mano, 2006, Ryan Murphy


Quando ho letto che il regista di questo film è l'ideatore di Nip/Tuck non ho potuto resistere. Quanto amo quel telefilm! In mancanza di nuovi episodi sui miei chirurghi plastici preferiti, ho optato per una sana visione di questo film. Mi è piaciuto, mi è piaciuto tantissimo.
Ryan Murphy ha trasportato su pellicola l'omonimo romanzo autobiografico di Augusten Borroughs. Un'incredibile autobiografia, un'infanzia e un'adolescenza impietose, a fare da sfondo, l'America degli anni '70.
Augusten ha una madre (Annette Bening) a cui probabilmente assomiglierò tra una ventina d'anni: fantastica, ma ossessionata da se stessa e dal desiderio di affermarsi come scrittrice. Suo padre (Alec Baldwin), è un lardoso rovinato dall'alcool. Il rapporto tra i due è ovviamente non idilliaco...tentano di farsi fuori a vicenda più volte (adoro questo genere di litigate, presto riguarderò La guerra dei Roses). Augusten viene mandato dalla madre a casa del suo psichiatra, il Dottor Finch (Brian Cox).
Lei è troppo disturbata per prendersi cura di Augusten, ma la casa del Dottor Finch non è proprio un luogo sano, per così dire. Anzi, direi che si tratta di una realtà ancora più borderline.
La storica Bennie and the Jets di Elton John accompagna il suo arrivo nella casa dello psichiatra, una villa vittoriana fucsia piena di cose strane, bizzarre, di un gusto delirante-kitsch portato agli estremi. Conosce la moglie del dottore (Jill Clayburg) chiaramente allucinata, amante del cibo per cani e dei film horror di serie B, la figlia Natalie (quella stronzetta di Evan Rachel Wood, fidanzata di Marylin Manson e nuova musa di Allen-spero che Diane Keaton non gli rivolga più la parola), che caso strano interpreta la parte della ragazza facile e disturbata, e l'altra figlia Hope (fantastica Gwineth Paltrow con fantastici gonnelloni vittoriani). La vita in casa Finch è decisamente naif, per non dire allucinante: l'albero di Natale che rimane acceso tutto l'anno, il gatto Freud che comunica con Hope, gli oggetti assurdi che riempono la villa, a fare da sfondo a una famiglia eccentrica turbata da mille frustrazioni. Augustin lega soprattutto con Natalie, sua coetanea e cinefila quanto lui. Al Lina Wertmuller Film Festival, lui le rivela di essere gay, alchè lei decide di presentargli il fratello adottivo, Neil (Jospeh Fiennies), che lo inizia alle gioie del sesso: Augusten ne rimane sconvolto, come del resto quando scopre che la madre è lesbica.
In alcuni punti la trama va un po' a rilento, la storia risulta compassionevole e fin troppo improbabile, episodi al limite del surreale creati ad hoc per turbare lo spettatore. Ma sono abituata ai colpi di scena con Nip/Tuck, anzi, le esagerazioni me le aspettavo (e speravo) in questo film. Ho notato altre analogie con la serie: innanzitutto la scelta di inserire molte canzoni, come dei lunghi videoclip, per sdrammatizzare le sensazioni inquietanti che trasmettono i personaggi. Ma anche l'atmosfera glamour-patinata, l'attenzione per i dettagli improbabili, i colori accesi che contrastano con le grigie esistenze dei personaggi, caratterizzati da isteria, perversioni psicologiche e autolesionismo.

Questo trailer non rispecchia minimamente il senso del film, maledetti addetti al montaggio!